Jesse Owens: oltre le barriere del razzismo

Nella mente di ogni appassionato di sport e di grandi imprese, il nome di Jesse Owens evoca subito pensieri di libertà e di coraggio. Quella del grande atleta afroamericano è una meravigliosa storia di riscatto che merita di essere conosciuta da tutti.

Le Olimpiadi

Nell'agosto del 1936, Berlino ospitò l'undicesima edizione dei Giochi Olimpici. Un'occasione irripetibile per Hitler per mostrare al mondo intero la potenza organizzativa della Germania nazista e la preparazione dei suoi atleti. La manifestazione venne organizzata nei minimi dettagli, fu costruito un enorme nuovo complesso sportivo, e per la prima volta le gare furono riprese dalle telecamere per essere trasmesse in televisione. Nella mente del Führer, le Olimpiadi di Berlino avrebbero dovuto rappresentare il simbolo della grandezza della Germania nazista e il trionfo della razza ariana.

Jesse Owens

Hitler non aveva fatto i conti con un giovane atleta afroamericano: Jesse Owens, nato in Alabama nel 1913 in una famiglia povera, settimo di dieci figli che mostrò fin da piccolo un incredibile talento per lo sport. I suoi meriti sportivi gli diedero la possibilità di frequentare l'università dell'Ohio, dove si dedicò all'atletica, raggiungendo nel corso del tempo risultati straordinari, che gli permisero di entrare nella squadra degli Stati Uniti d'America in partenza per le Olimpiadi di Berlino nel 1936.

L'impresa

Nel cuore della Germania nazista, il giovane afroamericano, il “lampo d'ebano” come venne soprannominato da alcuni giornalisti, gareggiò e vinse, sotto lo sguardo sbalordito di Hitler e dei suoi gerarchi, quattro medaglie d'oro: nei 100 metri, nei 200 metri, nel salto in lungo e nella staffetta 4×100.

Il giovane atleta con la sua impresa smentì le teorie di Hitler sulla presunta superiorità della razza ariana, e stabilì un record che sarebbe rimasto imbattuto per quasi 50 anni. Infatti, Owens è stato il primo atleta della storia a vincere quattro medaglie nella stessa edizione delle Olimpiadi, e questo record verrà eguagliato solo da Carl Lewis nel 1984.

All'indomani dei Giochi

Come lo stesso Owens ebbe modo di raccontare in seguito, non è vera la leggenda che narra che dopo una delle vittorie dell'atleta statunitense Hitler abbia lasciato lo stadio, anzi il Führer rispose al saluto di Owens dalla tribuna d'onore con un cenno della mano; non un grande gesto, certo, ma sicuramente più di ciò che fece l'allora presidente degli Stati Uniti Roosevelt, che cancellò la visita del campione alla Casa Bianca senza mai riprogrammarla.

Non dimentichiamo che si era ai tempi della segregazione razziale, uno dei periodi più bui della storia americana, e Roosevelt ignorò la straordinaria vittoria di Owens con ogni probabilità per garantirsi l'appoggio degli Stati conservatori del Sud alle successive elezioni. Jesse Owens morì nel 1980, e nel 1984 una strada di Berlino è stata dedicata alla sua memoria.

Nell'Olimpo dei migliori atleti di tutti i tempi spetterà sempre un posto d'onore a Jesse Owens, simbolo di libertà, di rivincita e di coraggio. A questa meravigliosa storia di sport e di riscatto, nel 2016 è stato dedicato un bel film dal titolo “Race, il colore della vittoria”, con Stephen James nel ruolo di Owens e Jeremy Irons nei panni del presidente dei Giochi Olimpici.

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